Ubi consistam

In ogni luogo che visito cerco un posto in cui potrei vivere, integrarmi nella cultura, entrare in profonda connessione con ogni abitante e pianta. forse è questo a spingermi al viaggio: la ricerca di una comunità, dell’esistenza riempita dal rituale eterno della vita che permette di abbandonarsi nell’attimo. Ma so, mio malgrado, che non troverò un posto dove urlare, finalmente, hic manebimus optime! In ogni luogo potrei illudermi di aver trovato casa, ma dopo non molto mi sentirei diverso e mancante; mi sentirei me stesso.

Scrivo questo, perché devo ripartire per un nuovo posto, per un nuovo lavoro, per una nuova vita. E la memoria di tutti i posti in cui sono stato si trasforma con gli anni in un macigno sulle mie spalle. Vorrei cercare di capire la natura di questo peso leggendo il Sentimento del tempo di Ungaretti, ma non ce la faccio a sopportare la poesia in questo periodo. Quindi mi limiterò a trascrivere miei pensieri.

Scopro che il peso di questi ricordi non è legato alla loro riattuazione mentale o al fatto che le città in cui sono stato vivano nel mio corpo in quanto esperienze, parti di me, di ciò che ero e sono. In altre parole, il peso non è della memoria, ma della nostalgia. Come mi ha insegnato una saggia nella mia adolescenza, la nostalgia è mancanza del ritorno (in questo caso, il ritorno a una vita passata). Forse che tanto più è pesante la vita passata tanto più aumenta la mancanza?

Ma c’è un punto, più tremendo. Il ritorno che mi manca non è nient’altro che il mio passato, e dunque la morte. E non Seneca ha detto che la morte ci stia alle spalle, ma piuttosto perché il passato è l’immagine più chiara possibile che l’essere umani può produrre della non-vita. Ho visto un tiktok in cui una ragazza spiegava come secondo un certo Mbiti, in alcune comunità africane delle zone del Kenya (mi sembra), la concezione dell’esistenza sia priva di un aldilà cristiano, ovvero futuro e promesso.

In queste culture (e quanto mi sento colonialista a scrivere queste senza saperne assolutamente nulla, ma questo è un blog selvaggio e io voglio riportare le mie associazioni, ciò che mi colpisce e non rintracciare una verità scientifica) vivere significa contribuire alla creazione di un immenso passato. Con le parole della ragazza, il tempo scorre al contrario. Con mie parole, ciò a cui andiamo incontro è il nostro passato a cui ci abbandoniamo in ogni istante e a cui, un giorno, ci abbandoneremo eternamente.

Marina Sagona, Ubi consistam passport
Marina Sagona, Ubi consistam

Questo dà speranza per la nascita di nuove e inutili filosofie (anzi, magari esistono già). A me, molto meno ambizioso, può consolare ogni tanto il pensiero che il regno della morte non ci sia poi così sconosciuto se lo possiamo intravedere attraverso i ricordi. E ogni tanto mi fermo a descriverla questa non-esistenza, così come me la immagino.

Lo spazio avrà contorni sfocati e indefiniti. Il tempo andrà sempre ad aumentare, come una clessidra che non debba mai essere capovolta. E spero che il passato in cui vivrò, sarà soltanto il mio passato così che questa vita abbia un minimo di senso. E ritornerò alle città in cui ho vissuto, alle esperienze passate che ora mi pesano sulla schiena, alle persone che mi hanno fatto sentire parte di un qualcosa. Dicono che dopo la morte si sopravvive nel ricordo dei nostri cari. E allora forse è tutto qui il segreto: ritorneremo memoria, ma non la nostra, quella degli altri di noi, che comunque è sempre migliore.

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