Warning: avrei preferito un titolo come sesso e samba, ma questo è ciò che ho da offrire. Se non vuoi leggere qualcosa di melenso e lamentoso (ci sta, io nemmeno lo volevo scrivere) questo post non fa per te.
«Si rivive in diversi momenti della sua vita, fluttuanti uno sull’altro. Un tempo di una natura sconosciuta s’impadronisce della sua coscienza e del suo corpo, un tempo nel quale il passato e il presente si sovrappongono senza confondersi, dove le sembra di raggiungere fuggevolmente tutte le forme dell’essere che è stata. Le è già capitato di vivere questa sensazione […]. Le ha dato un nome, l’ha chiamata “sensazione palinsesto”, anche se, a fare affidamento sulla definizione del dizionario “manoscritto raschiato per poterci riscrivere sopra”, palinsesto forse non è il termine più adatto.»
Annie Ernaux, Gli anni, L’Orma, Roma, 2025. p. 223.
L’epifania avviene mentre cammino per una strada di Salonicco, in mezzo alla puzza di merda di gatto randagio. Non mi ha scritto – Buon viaggio –. Ma nemmeno un messaggio in cui provasse a dirmi qualcosa di profondo o quanto si sentisse male. Sono passati dieci mesi dall’ultima volta in cui l’ho vista. L’ultima immagine è il suo volto coperto dalle lacrime, seduta su un vagone del treno, le gambe appoggiate alla valigia. Distoglie lo sguardo. Me ne vado.
Si è dimenticata della mia partenza per la Grecia. Non pensa più a me. Magari starà frequentando qualcun altro. Ed è giusto così.
Di fronte a questi pensieri, la mia mente si rifugia nell’astratto. Le riflessioni sul passato di Ernaux ne “Gli anni” mi vengono in soccorso. Come accade che il tempo che abbiamo vissuto divenga la nostra vita? Come fanno le ombre che chiamiamo ricordi a non appartenerci o addirittura a non esistere? Cerco di ricordare la sua voce, ma non riesco. Gli unici ricordi rimasti sono la consistenza delle sue cosce, il calore del suo collo stretto nel mio palmo, l’umidità delle sue lacrime sul mio volto. Sesso e dolore; questo l’epitaffio della nostra relazione.
Circondato dalla merda di gatto, mi chiedo perché ho scelto di partire per la Grecia. Di certo non per l’opportunità di lavoro, quella è la giustificazione per i miei genitori. Ogni luogo in cui ho vissuto, porta sepolto in sé il ricordo di una vita passata, di una mia identità. Ogni trasloco è stata una metempsicosi volontaria. Ma il corpo non si annulla, l’oblio dell’anima è incompleto: lo spettro dei miei cadaveri, riaffiora nella mia testa, ogni giorno, sotto forma di ricordi. Sulla pergamena raschiata del palinsesto del tempo passato l’inchiostro viene grattato via, ma in profondità resistono i solchi delle vecchie parole incise a penna. Un randagio miagola – Perché trasferirsi? Perché anche stavolta un suicidio? Perché rinascere? Perché aggiungere un’altra identità, nuovi ricordi, altro peso futuribile? –. Vedo me stesso, in aula studio al Campus a Torino, concentrato nello studio. Alzo lo sguardo terrorizzato. Una lacrima scende, sale un grido strozzato: risparmiami.
E invece no. Forse, l’illusione è che uccidendomi, abbandonando la mia identità geografica, recidendo le poche radici affondate in un luogo, dicendo addio ai visi quotidiani, io possa dimenticarmi di lei. Come quando, tornato dal Senegal, la sua voce mi sembrava più nasale e non l’ho più riconosciuta: il suo tradimento l’aveva resa un’estranea. L’illusione è che avrei avuto le forze per allontanarmi se non emotivamente, almeno geograficamente da lei. L’illusione è che mi avrebbe scritto almeno – buon viaggio –. Invece ha scelto di non farlo. O, peggio, se n’è dimenticata.

E ora, spaventata dal mio ennesimo suicidio, la mia testa è un alveare di spettri del passato che impazzano ubriachi sbattendo contro le pareti craniche. Affiorano, disperati, i ricordi, consapevoli della loro sentenza all’oblio. Non c’è spazio per tutti: una nuova vita, significa anche abbandonare pezzi di quelle vecchie. In un ultimo slancio di sopravvivenza, tutto si rimescola: parole antiche si sovrappongono a quelle nuove. Entro in una libreria, avvicino la commessa greca per chiederle il prezzo di un libro di poesie greche di Kavafis (sperando di trovarci la strada per la mia Itaca in Grecia). Ho studiato, voglio testare la mia pronuncia greca. Ma dalla mia bocca escono le parole – ñata la? – in wolof.
Si salvi; chi può. Perché di questa lotta di spettri e ricordi, non rimarrà nulla in futuro. Già mi immagino vecchio, sul letto di morte. Di Roata, ricorderò le palle di fango lasciate per strada nell’attesa che qualche macchina le schiacciasse con la ruota (successe una sola volta, ma che gioia!). Di Cuneo, la sensazione di freddo abbandono, la notte, dopo la chiusura della palestra, aspettando che i miei genitori arrivassero a prendermi (si erano dimenticati, come sempre). Di Pavia, la coperta verde ruvida del letto del collegio. Di Bologna, la disperazione notturna in bicicletta, ascoltando Fauve, cercando di farmi del male. Di Dakar, il caldo e i neri tutti attorno. Di Strasburgo, la sensazione egoistica e presuntuosa di voler proteggere dal mondo una persona debole (non ci sono riuscito). Di Torino, l’amicizia che salva. Di un anno a Salonicco, forse, solo la puzza di merda di gatto.
Di cinque anni di relazione, ricorderò la consistenza del suo seno, il calore del suo sesso, l’umidità delle sue lacrime sul mio volto. E poco più.


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