Non pensandola, non osservandola da lontano, non analizzandone ogni movimento, la sensazione è quella di sprecare la mia esistenza. Ma guardarla mentre si veste la mattina, mentre strabuzza gli occhi a lavoro, mentre si abbandona al getto della doccia la sera è, per definizione, non viverla. Il mio pendolo di Schopenhauer oscilla tra lo spreco e la morte e, cresciuto in campagna, tra i due protendo naturalmente verso la seconda.
Mi sono domandato da cosa nasca la mia sensazione che vivere il momento sia uno spreco. Un tentativo di risposta l’ho trovato in una metafora. Dal fiume della vita, l’uomo deve attingere e conservare dell’acqua per sopravvivere, nonostante sappia che questa fluisca in lui e si trattenga al massimo qualche giorno, nonostante sappia che non vi sia acqua in un corpo mummificato o nelle ossa dei cimiteri. I pesci, non gli uomini, sono in grado di vivere il momento, di immergersi e abbandonarsi al flusso (non penso sia un caso che, quando avevo dieci anni, mia sorella tentò di convincermi che – carpe diem – fosse un’espressione nata nei mercati dell’antica Roma, quando bisognava cogliere l’attimo perché le carpe sarebbero marcite dopo un giorno).
Per sopravvivere, siamo costretti a racchiudere, contenere, dare una forma all’esistenza tramite il racconto di essa, tramite l’arte. Così, per chi è stato vocato alla forma, il tempo passato ad immergersi è spreco, lavoro sottratto all’unica attività che ci permette di conservare l’esistenza, di prolungarla, di farne dono ad altri, ai futuri, pur consci che questa riserva sia desinata ad esaurirsi.
Io, per me, (mi ha sempre colpito la tenerezza di questa formula montaliana) non chiedo tanto. Vorrei solamente riuscire un giorno a costruire un minuscolo vasetto d’argilla contenente anche l’acqua più putrida e stagnante. Sarebbe già qualcosa. Ma le mani che battono sulla tastiera di questo computer sono in grado solo di dar forma a scolapasta. Credo che sia perché ho sempre preferito dedicarmi al nuoto che al tornio, sperando di riuscire, un giorno, a trasformarmi in pesce. E nonostante non mi siano cresciute le pinne, col tempo ho imparato non solo a rimanere a galla da solo, ma ad adattarmi a qualsiasi condizione acquatica: dallo stagno del mio villaggio europeo alle rapide di Dakar.
Ma di tutta quest’acqua che mi circonda, nemmeno una goccia si salva. Tutto andrà sprecato. Tutto il mio sangue ritornerà al mare, in un gorgo di sciacquone.


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