Si alza dalla sedia e lascia il computer acceso controllando di avere la spunta verde su Teams. Si stiracchia la schiena e poi il collo. Prende una sigaretta, spalanca la finestra, guarda fuori. Inverno; nonostante siano solo le cinque del pomeriggio, il cielo si è già imbrunito. In strada un giovane dai capelli lunghi e un vecchio di un’altra epoca suonano: l’uno la chitarra, l’altro il bouzouki. Cantano anche, ogni tanto, stonati. Distoglie lo sguardo, arretra di un passo e abbandona tutto il suo peso sulla poltrona, come un corpo morto. Accende la sigaretta, afferra una penna e un pezzo di carta e scrive: sono l’uomo più risibile al mondo.
L’aggettivo l’ho googlato, lo ammetto. Ho cercato “ridicolo sinonimi”. Tra le risposte suggerite da Gemini (nessuno clicca più sui siti web) “risibile” è stata quella che ho scelto: perché non l’avrei mai usata da me, non fa parte del mio vocabolario, perché non mi appartiene e per questo mi descrive perfettamente. Ma poi che presunzione. Il più risibile al mondo. Magari, l’uomo più risibile in Grecia. Ma che dico, restringiamo il campo… a Salonicco? Meglio, il più risibile di piazza Navarino. Ma forse, nemmeno quello. Mi dispiace deludere il me bambino che sperava, un giorno, di diventare il più “qualcosa” del mondo, di avere un talento e di costruirci attorno tutta la sua vita, tutta la sua identità. Colpa dei Celestini, dei Pokemon, di Inazuma Eleven e di sua mamma, dalla quale voleva solo essere visto.
Ad ogni modo, eccolo qua seduto su una poltrona, dopo una giornata di lavoro da remoto (o teleworking, smartworking, lavoro agile, chiamatelo come volete): un non fumatore con una sigaretta in bocca, abbandonato su una poltrona, ridotto a definirsi l’uomo più risibile al mondo pur sapendo di non esserlo affatto. E tutto perché sento di aver sprecato una giornata lavorando su Excel. Dovrei gioirne, invece. Ogni lavoro è insensato e almeno il mio non si nasconde dietro l’illusione di uno scopo più grande. È cristallino, lui, come lo strimpellio che arriva dalla finestra aperta.
E poi, non è per il mio lavoro che mi definisco risibile. Ma allora, per cosa? È per questa musica balcanica? Per la sua malinconia? Forse è altro ancora. Penso sia nostalgia. Non farò il pippone da basic essere umano che vuole fare l’intellettuale sulla saudade, ma forse è proprio questa cosa a cui i portoghesi hanno dato un nome a rendermi ridicolo. È la mancanza dei miei passati (di cui già ho sragionato), la privazione di un presente che mi sono imposto decidendo di scrivere, quel vuoto che è il futuro: giorni passati a lavorare salvati da brevi momenti di serenità (troppo pochi!!) che verranno tritati e mescolati assieme in quella poltiglia grigia che è il passato finché un giorno… lo so, mi sono rotto pure io.
Ci vorrebbe proprio un guizzo a riaccendere questo testo. E lo inserirò, non vi preoccupate. Che poi “voi” chi? Nessuno leggerà questo foglio, sporco di cenere di sigaretta. Eppure, vedete, si scrive sempre per qualcun altro. E mi piace pensare, per ora, che voi siate tutte le mie identità (se così fosse, scappate!!). Ma ora sì, arriva, la scintilla promessa in ring composition perché, si sa, anche la struttura vuole la sua parte. E quel guizzo, ve lo dico, sta nello sguardo del musicista, là, per strada, quel giovane con i capelli lunghi, vedrete.

La sigaretta si è spenta. Abbandona il foglio. Si alza dalla poltrona e va di nuovo alla finestra. In cielo, è ormai il buio a dominare. La strada si è riempita di gente, come tutte le sere, in piazza Navarino. Ma nessuno guarda i due musicisti. Solo non un terzo uomo, il più vecchio di tutti, una presenza antenata, si è avvicinato. Fuma il suo sigaro dando le spalle ai passanti e ogni tanto si unisce al coro stonato urlando una strofa. Così, il duo si è fatto trio. La retta si è chiusa in triangolo. La musica scorre nell’area pitagorica racchiusa tra i tre vertici: base per altezza diviso due. Quello che fluisce all’esterno, suona come peccato. Da dietro la tenda, osservarli è un atto osceno.
Eppure non riesce a distogliere lo sguardo. Il magnete che lo trattiene è il più giovane dei tre musici, quello con i capelli lunghi. Le sue mani si muovono sicure. Le sue braccia, quasi rilassate. Tutto il suo corpo sembra un prolungamento della chitarra che lo culla, mentre lui la tiene in braccio. Ma poi, per un attimo, la musica si arresta. Il giovane alza il volto, scopre gli occhi per un secondo, ma non glieli si riesce a vedere, tanto sono sfuggenti. E tuttavia si imprimono sfocati nella memoria, oltrepassano i limiti del triangolo sacro della musica, resistono per un po’ all’oblio in questa pagina. Era lo sguardo selvatico di un bambino. Aveva la luce del felino allo zoo. Aveva il panico di chi arriva a definirsi “risibile”, per sfuggire dal ridicolo. E poi si ritorna al computer.


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