Sto leggendo La Place di Annie Ernaux. Un giorno spiegherò perché questo mio primo tentativo di scrittura richiede sempre la protezione di una citazione letteraria. Ma ora, mi interessa un altro aspetto. Ho sempre voluto scrivere; non l’ho mai fatto. Perché iniziare a 26 anni?
Ora, perché mi sono allontanato dalla vergogna di tradire nel profondo le mie origini umili, i miei nonni. Ho lottato, finora, per nascondere il mio lato più letterario, perché il più disperato. Chi incontro per strada, pensa di me che sia ingegnere o medico. Ironia di come persino il mio viso incarni la speranza delusa dei miei antenati contadini: avere un dottore in famiglia (per mia nonna, più pragmatica, anche fisioterapista andava bene).
Non ho quasi mai iniziato discussioni su ciò che davvero mi interessa. Ho dedicato tempo e sacrifici a imparare i fatti per me più inutili tanto da arrivare più volte a provare a seguire il calcio. Non ho mai pianto davanti ad altri. Così ho nascosto la mia angoscia della morte, la ricerca dell’infinito, o anche solo il mio più banale interesse per la letteratura. E l’ho fatto così bene da assumere le sembianze di un giovane medico affidabile.
Ma questo posto in cui mi trovo non mi è stato imposto come al padre di Ernaux. Se non ho scritto finora, è perché sono in debito con quella provincia rurale che mi ha generato e che tradirei definitivamente mostrandomi infelice e tormentato, io che ho potuto studiare.
Veniva schernito mio nonno con l’appellativo di geometra (neanche ingegnere, solo geometra) dai suoi compagni di classe perché era il più bravo in matematica (7 in pagella). Ha fatto un anno di avviamento, ma ha abbandonato per il lavorare come mezzadro. Studia che poi te lo ritrovi è stato il comandamento con cui siamo cresciuti.

Abbandonata la scuola, profuso tutto il suo impegno nel lavoro. Un giorno sua madre ha detto di pulire dove stavano dei maiali (mi è così difficile trascrivere questi racconti piemontesi in italiano senza tradirne l’essenza). Era sera, dopo una lunga giornata di lavoro. Le sue sorelle e i suoi fratelli non ne avevano voglia. Lui l’ha fatto subito e sua madre gli ha fatto i complimenti.
Qui mia nonna interrompe ridendo: e cosa vuol dire questa storia? Inizia il litigio di rito. Rido anch’io, ma con una tenerezza amara pensando che questo sia uno dei ricordi più importanti della sua infanzia. Ciò che voglio dire è che io e mio nonno abbiamo avuto due posti differenti. Entrambi avremmo voluto prendere quello dell’altro.
Il peggio è che il mio essere letterato (?), depresso (?), esistenzialmente scettico e insoddisfatto (?), insomma, me stesso mi rende fuori posto in ogni luogo. Tranne questa pagina. Forse, ho trovato ma place.


Scrivi una risposta a Un così lungo messaggio – Indomitus ager – un blog selvaggio Cancella risposta